SACHA ROSELSacha Rosel (Pescara, 1974), ha collaborato con diverse case editrici italiane come lettrice di manoscritti, principalmente in lingua inglese e occasionalmente in francese spagnolo e italiano, e come traduttrice dall’inglese. Ha tradotto Sara Gran, Dan Simmons, Stuart Woods, David Moody e la trilogia fantasy di Warcraft - La Guerra degli Antichi. Un suo racconto, “Come petali di crisantemo”, è apparso nell’antologia Eros e Thanatos (Mondadori, 2010). È autrice della silloge di poesie Carne e Colore (Noubs, 2008) e curatrice dell’antologia erotica di autrici e autori vari L’oscura malinconia dei sensi (Demian, 2011). Il suo romanzo d’esordio, Fiori nell’ombra (Demian, 2012), ambientato in una Cina sospesa nel tempo, mescola atmosfere horror e fantastiche a riflessioni buddhiste e taoiste. Di recente pubblicazione il suo secondo romanzo, La foresta delle idee (Demian, 2016) che mescola distopia fantascientifica a riflessioni onirico-filosofiche soffermandosi sul concetto taoista dell’unità originaria di tutte le cose. Dal 2012 ha un blog personale, dove alterna riflessioni in lingua italiana e in lingua inglese sulla scrittura, sulla musica e sulla vita, (lunadonna.iobloggo.com).





"Fiori nell'ombra",
Demian 2012.
Il romanzo d'esordio
di Sacha Rosel.



"L'oscura malinconia dei sensi",
Demian 2011.
Contiene il racconto
"City of Loss".



Il volume "Onda d'abisso".
L'orecchio di Van Gogh, 2010
Contiene il racconto
"Dal mare venne
il grande dio"
firmato Mauro Smocovich
e Sacha Rosel

"Bloody Hell", Demian 2009.
Contiene il racconto
d'ispirazione cinese
"Occhio rosso"



"Borsalino un diavolo per cappello"
Robin, 2007
Contiene il racconto
"Le Chapeau du Désir"



"Amiche. Parole e immagini"
Le Onde Edizioni, 2005
Contiene estratti
dal romanzo "Parolaria"



"Amiche. Luci e ombre
di un sentimento"
Erga Edizioni, 2001
Contiene il racconto
"La visita"





Voglio una prosa che sia metamorfosi continua, un incantesimo di preghiera che arrivi ad annullare il bianco confondendosi con esso, nel vivo dell'inchiostro che è sangue mestruale, e zampilla per far riemergere l'inespresso, il mare dentro di noi, l'illimitata bellezza del canto che non ha confini di trama, forma, lunghezza o brevità.



CLARICE, CLARISSIMA


“Perché io? Perché questo mondo?”
Clarice amava interrompere le spiegazioni del professor Jubílo Moraes da Silva con domande apparentemente impertinenti ma necessarie come l’aria. Non passava giornata in cui l’uomo non si trovasse alle prese con quella bambina piena di parole solide, che raramente altre persone esprimevano ad alta voce. All’improvviso, nel corso di un discorso, il professore avvertiva la giovane voce avanzare dal fondo alla stanza e si girava a guardarla: boccoli biondi decisi su un volto aperto e incandescente. Aveva solo dieci anni, ma il suo sguardo e la sua bellezza erano già impossibili da sostenere. Dove l’avrebbero portata le redini della vita se le risposte a tutti quei pesanti quesiti si fossero rivelate ingiuste o in qualche modo non veritiere?
Ecco, devo averlo messo in imbarazzo un’altra volta, si disse Clarice osservando l’accartocciarsi stanco delle pieghe negli occhi dell’uomo, umidi come morbidi scarafaggi. Adesso dirà qualcosa di stupido per farmi stare buona. Non svelerà quello che il mondo è realmente. Crede che io non lo capisca.
“Perché è stato Dio a volerlo,” rispose il professor Jubílo sperando di interrompere la sua curiosità con una frase semplice e inconfutabile. Ma Clarice non voleva in alcun modo arrendersi al sorriso compiacente di quell’uomo, né credeva che Dio avesse scelto di creare il mondo solo per un capriccio di volontà.
“Dio è un’entità onnisciente, giusto? Quindi tutto si genera in lui spontaneamente, senza bisogno dell’ausilio della volontà.”
Non aveva intenzione di contraddirlo; voleva soltanto che lui e tutti gli altri adulti osassero penetrare la magia delle parole. Quanti libri aveva visto nella biblioteca del padre, come misteriosi e nuovi alberi cresciuti dal legno degli scaffali: perché nessun essere umano sapeva eguagliare la certezza immediata che quegli oggetti rappresentavano, calati direttamente dal volto di Dio sulla terra? Perché nessuno usava le parole come fiori o gioielli, incastonandole nel vento delle tante conversazioni noiose che le passavano accanto senza mai toccarla? La bellezza di tutti quei libri restava per lei un enigma che la saziava senza placare la sua sete, spingendola anzi ad eguagliare quel dolce mistero diventandone parte, lei stessa un maestoso enigma opposto alla stupidità del mondo. Eccola, dunque, fissare il volto del professore, issandosi fiera come un cavallo in segno di sfida come dicesse: “vediamo chi dei due divorerà l’altro”.
Ma il professore non poteva decifrare la sfinge Clarice. Era convinto che nessuno sarebbe mai riuscito a svelarne il mistero più vero, per cui quando il suono della campanella giunse a liberare l’aula, si lasciò andare al silenzio: una tregua sarebbe servita per placare il pulsare aperto di Clarice dentro la vita. O forse sarebbe servita a lui, non lo sapeva con esattezza. La guardò ancora un momento allontanarsi come evaporando nell’aria e nei contorni della sua figura gli sembrò di indovinare la donna che già era: elegante, impenetrabile, potenzialmente violenta. Clarice. Con quale nitidezza tutta la sua trascendente animalità sbocciava in ogni atto e pensiero che regalava a se stessa e agli altri. Jubílo Moraes da Silva non volle chiedersi se un giorno la vita gli avrebbe concesso di leggere sulla tomba della bambina il nome segreto, perché in cuor suo ne aveva già trovato uno che riteneva le calzasse a pennello, benché non avesse nulla di ebraico: Clarissima.


La solita, furiosa gaiezza accompagnò l’uscita da scuola di Clarice insieme all’inseparabile Leopoldo Nachbin: l’una a braccetto dell’altro s’incamminarono su per l’erta strada improvvisando un nuovo gergo matematico con cui non farsi capire dagli altri. Ridendo di gusto, Clarice tornò a pensare a Dio. In che modo riusciva a creare spontaneamente cose come gli alberi, i numeri o i libri? Forse il mondo aveva un ché di magico e di perfetto di cui solo Dio poteva conoscere il segreto. Ma se lei era parte di quello stesso mondo che Dio aveva creato in quanto sua emanazione, allora forse poteva diventare partecipe di quel segreto, solo che non sapeva ancora da quale porta accedervi. La magia, probabilmente. Solo quella poteva competere con Dio e con le sue intenzioni. Solo la magia poteva riportare l’allegria negli occhi di sua madre.
Dopo aver preso commiato da Leopoldo e rubata una rosa nel giardino all’angolo, Clarice corse dritta verso il portico, dove il padre Pinkas sfogliava un grande volume. Proprio quello che le serviva. Il padre non le avrebbe mai mentito.
“Papà,” disse la bambina, “come fanno i libri a crescere spontaneamente nelle mani di qualcuno? È Dio a portarli qui sulla terra?”
Pinkas sollevò lo sguardo dal libro, fissò la figlia con occhi indulgenti e rispose:
“I libri non nascono spontaneamente, Clarice. C’è qualcuno che li scrive e li progetta fino a renderli quello che sono. Ogni libro è scritto dalle mani di una persona diversa ed è frutto dei pensieri di quella persona. Dio non ha bisogno di interferire con i passatempi delle sue creature per riconoscersi in ciò che esse fanno.”
Clarice cercò di assorbire dentro di sé come vitale rugiada quel che il padre le aveva appena detto. Come avrebbe voluto sentire la verità di quella scoperta in maniera immediata e senza sforzare il cervello. Avrebbe dato qualsiasi cosa per trasformarsi in un fiore o in una qualsiasi creatura che accedesse alla verità delle cose senza pensare. Quella era la scoperta più sconvolgente che avesse mai fatto, talmente forte da toglierle il respiro. Allora le parole nascono direttamente dal corpo di qualcuno, pensò e quel pensiero non riusciva a tenere fermo il pulsare di ogni sua fibra. Senza esprimere nulla ad alta voce scappò dentro casa, per andare incontro alla biblioteca personale di Pinkas.
Preso un volume a caso, Clarice lesse attentamente i segni che andavano a creare i suoni misteriosi di nome, cognome e titolo – “Gustav Flaubert Madame Bovary” - e si disse: come si può lasciar fuoriuscire tutte queste parole dal proprio corpo? Un libro diventa forse un prolungamento del proprio essere? Immaginava questo signore, Gustav Flaubert, come un enorme grassone che svuotasse il suo essere nella scrittura, dimagrendo così a vista d’occhio riversando cervello e nervi su carta fino all’ultima goccia. Ma poi, cosa sarebbe rimasto di questo Flaubert nella vita di tutti i giorni se avesse continuato ad assecondare quella cura dimagrante?
Il rumore di passi strascicati e disillusi che seguì all’esamina del volume le fece capire che il padre era entrato in casa. Voleva chiedergli nuovamente spiegazioni, ma senza sembrare una sciocca. Non aveva mai immaginato che dietro i libri si nascondesse una simile verità. Cos’altro le nascondeva il mondo?
Con le mani ancora intente ad accarezzare l’intarsio delle lettere sulla copertina chiese infine timidamente:
“Ma questi signori che riversano le idee nei libri lo fanno per dimagrire? E come fanno a recuperare i pensieri una volta fatti uscire dal cervello?”
“Scrivere non è una cura dimagrante, Clarice, né un modo per perdere qualcosa di sé. La persona che scrive non scompare nelle sue pagine né si riversa totalmente in esse. Effettua una sorta di magia, un gioco di prestigio, creando un intero universo dal nulla.”
Gli occhi di Clarice si illuminarono di luce nuova. “Allora anch’io posso creare il mondo dal nulla? Inventare parole mai udite prima solo per magia?”
Pinkas la vide aggrapparsi febbrile al libro di Flaubert come se fosse un trofeo venuto dal mondo oltre le galassie, un mondo che lei avrebbe senza dubbio raggiunto una volta imparato a tenere a freno l’intelligenza con la disciplina. Non esitò a risponderle con affetto:
“Certo. Puoi scrivere tutto quello che vuoi.”
Raggiante e quasi fuori di sé dalla gioia, la piccola Clarice si lanciò allora verso la sala da pranzo, dove l’imponente figura di Mania, sua madre, se ne stava immobile e incollata alla finestra ad accogliere l’arrivo delle figlie nella sua sedia a rotelle. Se scrivere è una magia, pensò Clarice trionfante, allora può anche trasformare la mamma e farla tornare a camminare. Ma questo non l’avrebbe detto a nessuno: creare magie sarebbe stato il suo segreto, un segreto da condividere solo con la mamma e di tanto in tanto anche con il papà. Guardò gli occhi della madre, bianchi e serrati come dei tristi gigli, e le sembrò di ricevere la sua approvazione. Così cominciò a mormorare delle parole nuove. Non sapeva bene da dove cominciare né che suoni usare esattamente, e al principio soltanto dei versi oscuri si affacciarono alla sua bocca: malepetl jussifull, coricolibuffo amarilligut stolezy anirov. Poi il gusto recondito del raccontare prese il sopravvento e dal suo fiato uscirono una serie di personaggi, per lo più animali come conigli pensanti o tigri dal corpo di cervo, tutti alle prese con il segreto potere della natura e della sua mutevolezza. Tutto muta, pensava Clarice mimando i suoi animali immaginari come un’acrobata davanti al pubblico impietrito che la madre rappresentava, perché il suo corpo e la sua voce non dovrebbero trasformarsi in qualcosa di diverso?
Così continuò per tanti mesi. Clarice inventava mondi sempre nuovi per domare la sorte e la vita; a volte era nel silenzio della madre, nell’immobilità dei suoi arti, che la bambina trovava l’essenza della parola, la verità indescrivibile che risultava soltanto nel dire: io sono. Dio-Natura si muoveva dentro quelle storie come una sostanza in continua transizione. Il silenzio domava i leoni delle parole, in modo da non farla perdere dentro di esse. Mania era in grado di capire tutto questo? Clarice non riusciva a chiederselo. Per lei l’unica cosa importante era raccontare e insieme respirare il silenzio che avvolgeva la madre, affinché la magia si creasse ancora più forte.
Ma un giorno, tornata a casa con l’ennesima rosa rubata, Clarice non trovò più la mamma incollata alla finestra. Al suo posto, Tania ed Elisa dritte come fusi le dissero che Mania era entrata nella magia dell’invisibile. Clarice capiva il significato di quelle parole e prima ancora che le sorelle le si avvicinassero per consolarla e consolare se stesse, la bambina corse via piangendo. Schizzò sull’asfalto, all’aperto, e corse fino al cimitero.
Le lapidi diseguali e grigie sembravano denti aguzzi spuntati dalla terra polverosa. In quel luogo non sembrava esserci spazio per i gigli nascosti negli occhi della madre. Un vento forte si alzò dagli alberi, colpendo il viso di Clarice come una frustata. Le vecchie lacrime si erano ormai asciugate e quelle nuove rimasero conficcate in gola. Guardare quel posto le metteva una strana pace. I morti erano consapevoli della sua visita? Quando morirò, pensò stendendosi sul terreno accanto a una tomba, vorrò dei gigli bianchi sul mio petto. Io stessa diventerò un giglio e mi donerò alla terra. Mania, gridò poi ad alta voce sentendo una strana rabbia salirle dalle labbra. Posso solo cercare la parola e il suo segreto nel buio, pensò poi ricacciando le nuove lacrime indietro, e abbaiare a Dio il mio furore.

In memoriam Clarice Lispector









TRAMONTO VERDE

Nella notte in cui Diana violentò Callisto, non un suono ardiva di essere udito.
Le due ninfe rosse, le chiome fluide disciolte nella foresta nuda e spettrale illuminavano la pelle, oscurando la sfera della luna. L'acqua, una fiammella lenta e regolare, gocciolava inesorabile dal dito di Callisto, formando una pellicola opaca e arancione sulla superficie del lago. La fanciulla era già gravida, dopo il sospiro solitario del tempo trascorso.
Sull'erba dorata, Diana osservava il trascorrere lento e nervoso delle stelle. Una scintilla dopo l'altra, percepì le prime contrazioni stordire il corpo di Callisto, e rintoccare in note di agonia nella sua mente. Il filo d'arancio cessò di fondersi nell'aria, spezzandosi in uno squarcio silenzioso che prosciugò il cielo nello specchio dell'acqua. Subito il palmo di Diana sfiorò i muti spasmi di Callisto: un livido invase allora la linea della sua mano e, grondante di acqua squamosa, Diana si chinò sul ventre fecondo, in attesa.
Ad un tratto, il lago vivente soffiò una gemma d'ametista ai piedi di Callisto, e muovendosi dal proprio abisso come fosse una freccia d'acqua la colpì, e ne estrasse una bimba lucida, umida, dalla chioma di vetro.
La luce verde riflessa nelle ciocche neonate annunciò il fragore del tramonto alle fanciulle, ora unite nel suono.





NOON



I FERROVIA


Sono arrivata col treno delle 7. La bocca secca come carta vetrata, le maniche di camicia bruciate dal sigaro, e un facchino che divora pane in ebollizione. Filamentoso, sembra plastica.
"Lo è, amico", mi fa lui di rimando. "Dove credi di andare con quella valigia?".
Sollevo il cappello. "Che vuoi dire?".
"Le gite panoramiche sono vietate dopo le 5".
Accendo un fiammifero. Fizz! Sprizza delirio da ogni parte. Estraggo un sigaro dal taschino e lo illumino sotto quelle saette di fuoco. Guardo i binari. Non è male come posto dove nascondere i topi.
"Si dà il caso, Fred, che non ho alcuna intenzione di fare gite panoramiche", ribatto secca. Le mie pupille vespe cadaveriche si voltano verso di lui. Il loro laser verde arriva ai suoi occhi. "Vengo qui per sterminare i cavalli".
Il suo volto si spegne.
"Che genere di cavalli?".
Cristo, neanche un topo, e questo sapone idraulico tra le dita... Tiro fuori la mia pistola dalla giacca, la maneggio accuratamente, col sigaro in bocca.
"I cavalli non hanno genere. Ne hai forse uno, tu?", e rialzo lo sguardo. L'orologio-lava della ferrovia sembra abbrustolito dal caldo. Fa caldo? Non me n'ero accorta. Ha una voce gracchiante, l'orologio, peggio di una ciminiera. Le sue ruote continuano a girare, a scorrere. Forse quest'imbecille mi saprà indicare l'accesso al terzo quadrante, sebbene, a giudicare dall'aria...Sicuramente non è abituato al caldo di qui. Ha il collo impiagato di ferri biodegradabili: non può durare molto in quest'atmosfera.
"Sei in trappola, bello. La freccia indica che il vento ha chiesto di vederti, ma non prima che tu abbia convocato le rane per la trattazione", maligna il tipo contro di me. Una bolla di paglia attraversa la mia mano. Sputo a terra.
"Verme. Sai di essere in pericolo qui, e perciò ti aggrappi alla più piccola possibilità di fuga. Ma tu non fuggirai: la lepre rossa ti sta già rosicchiando il polpaccio", esplodo vendicativa.
"E tu pensi che ti creda?", inveisce rapido. La sua pelle, tesa e accartocciata come un mucchio di asciugacapelli sezionati, vibra. "Ci sono migliaia di condotti, qui nella ferrovia, più di tremila controllati dalle rane. La lepre rossa non potrebbe mai riuscire a passare. Se la sbranerebbero prima", continua quello.
Getto una risata calcinante. Ho finito il sigaro e la mosca del sole inizia a disperdersi nell'odore del vuoto. Mi muovo. Inforco un sottopassaggio ed entro nel terminale dei dottori.



II FARINA


Camici ingialliti vagano lungo i cunicoli del guercio. "Stupide creature! Si credono ancora umane! Ma la farina che chiedono in cambio del sangue non gioverà a nulla, e a nessuno", sentenzio camminando da una parte e dall'altra.
Braccia fogliacee svengono accanto a me, i miei passi sempre più lenti, come rallentati dalla forza dei globi bianchi che scendono dall'alto, sul muro del reparto. Si direbbe ossigeno sabbioso, quest'aria. Un dottore mi piomba addosso da un globo. Infilza la mia spalla con i suoi canini d'avorio. Cade, disciolto in una pozza acida blu.
"Mi spiace, amico. Non ho quello che cerchi", gli dico scrollando le spalle, e alzo i tacchi.
"Largo, largo, muovetevi!", grido spazientita facendomi spazio a forza tra la folla. Le membra digitali dei pazienti crollano come aghi di ghiaccio al mio passaggio, ma il guercio è ancora lontano. Lo vedo appena, è giù, nel pozzo. Allora scendo. La lama mobile della scala sputa e ribolle, e il mio ventre blu si riscalda e si lava delle cellule verdi.
"Dove sei diretto?", mi fa il guercio affilando le sue seghe elettriche.
"Al reparto degli altiforni".
"L'altoforno è chiuso oggi. Torna domani".
"Non dire stronzate! Sono venuta apposta! Donovan deve ricevermi".
La sua mano blocca le due seghe. "Donovan non riceve nessuno".
Ha la testa lucida, il cranio fermo e nodoso come un nervo drogato. Ha una vestaglia elettrica che brilla come l'alcool, ma non ne possiede la forza. Afferro una sega, e la sua mano è già lontana.
"Cartapesta...", sussurro piano.
Ormai ho un tuboingresso davanti a me, un infermiere senza gambe passa spingendo un carrello. Si volta spesso, ma io accendo un altro sigaro. Rimane tutto deserto. E la mia voce.
"Guardati dalla lepre rossa".



III MESSAGGERO


Un mucchio di carta di mele sulla scrivania a 60°. Nessuno sente il peso della polvere qui negli altiforni.
"Non sono riuscita a trovare l'accesso al terzo quadrante. Tu ne sai qualcosa?", chiedo.
Donovan ha un'espressione contratta nel volto di pustole grigie. I suoi riccioli in sughero scendono sul collo nudo e livido come lebbra assetata d'amore.
"Vorrai scherzare. Di notte non è permesso avvicinarsi allo stomaco dell'orologio. Potresti salire su per il montacarichi, ma poi ti ritroveresti nel primo quadrante, e da lì per arrivare al terzo, è come al punto di partenza. D'altronde, di giorno i quadranti si smontano, e l'unico accesso valicabile è quello che conduce al condotto generale del mattatoio libero, il che significa, chiunque vi passi è contrattato come schiavo dalle rane".
Straccio un foglio e lo mastico. "Ti sbagli. Non c'è alcun mattatoio libero, se non nella tua testa", le dico decisa.
"Io vivo qui dall'avvento del calendario lunare, cioè da molto più tempo di te. Non sono un mercante, sono un macchinista della miniera numero settemilaottocentoventi, altoforno diciotto", declama con orgoglio. E poi sibila: "A me, il vento, non mi ha mai cercata...".
"Non può avermi convocata, ti sbagli di grosso", tuono seccata. "È impossibile. Non è qui".
Si alza dalla scrivania e mollemente avanza verso la gola del primo altoforno. I suoi tacchi risuonano come metallo gonfio sulle pietre.
"Che cosa ti fa essere così sicuro?", mi fa guardandomi con aria ironica. Il suo ginocchio piatto e oblungo come un pipistrello pulsa e s'infiamma a contatto di una leva.
"La lepre rossa mi ha assicurato che resterà distante per molto". Faccio un passo. "Ci sono molti cavalli da uccidere".
"I cavalli non hanno sangue, Aiscia. E comunque non potrai mai arrivare a sterminarli. Il cuore dell'orologio te lo impedirà. Le rane lo assaliranno fra due lune, e una neve spessa come una colata di asfalto seppellirà i corpi".
"I cavalli non hanno corpi", affermo di colpo. Ora non può sfuggire alla mia morsa d'acciaio. Ho il suo collo tra le mani. "Sei stata tu a chiamarmi, Donovan. Adesso non puoi tirarti indietro".
Le sue unghie sibilano qualcosa d'indecifrabile, poi il sibilo diventa un fischio, e il fischio un rombo, e il rombo un uragano, finché la sua immagine scolora, graffiata, distorta, avvitata, nel silenzio dell'imene.
Entro nel primo altoforno e giungo nei sotterranei.



IV IL TEMPIO


Un levriero biondo mi accosta. Il suo ciuffo è ritorto e uncinato come un bel rubinetto d'alluminio. Apre il becco, e so che dovrà parlare.
"Una volta entrati qui, si può, e si deve, anche morire".
"Perché? Non siamo forse già morti abbastanza?", gli faccio porgendogli un sigaro. Lo rifiuta. "Autocombustione?". Annuisce. Sfoggia orecchie di porcellana, che mi conducono in un salone addobbato con grandi cuscini di luce. Danzatori del ventre esibiscono i polipi dei loro seni ad un fachiro luminoso.
Una lingua verde è appesa al suo collo, viva. Applaude lentamente e con garbo allo spettacolo. Sembra disteso su di un lungo ed alto trono, ma non vedo nessun trono. Sarà invisibile. Fa avvicinare uno dei danzatori e afferra i suoi polipi con gusto, li strizza, li munge, sghignazza. Alza la testa e volge lo sguardo verso di me.
"Vieni avanti, straniero". Fa un gesto pretenzioso. "Ti aspettavo". Si alza e procede a passi lunghi nel salone.
"La tua follia placherà le mie gambe".
Già. Due botti astrologiche che cambiano direzione con il soffio del sangue.
"Raccontami dei tuoi cavalli, delle tue scorribande. Avremo tanto tempo da passare insieme, fino all'arrivo del vento".
Mi volto, gelida, verso di lui. "Il vento non arriverà mai, e tu lo sai benissimo".
"Certo, mio caro, come tu desideri. Sai, c'era un tempo in cui credevo ai ciechi e alle cimici scoppiettanti, ma poi l'erba di zucchero mi ha portato via, e la terra è caduta sotto i miei piedi".
Bisbiglio su di un danzatore, che venga da me.
"Il commercio procede regolarmente. Il sangue dà i suoi frutti", riflette soddisfatto.
Inizio a stuzzicare il danzatore con il mio ombrello. "È per questo che hai lasciato che arrivassi fin qui?".
"Che cosa c'è?", avanza il santone piegandosi sulle ginocchia. "La lepre rossa non gradisce più il mio tempio?". Poggio l'ombrello sul cuscino più vicino e ci distendo il danzatore.
Il fachiro indietreggia, appoggiandosi al suo scettro di germogli fermentati. "Voi agenti siete molto curiosi...interessanti...da studiare".
Esibisce i suoi occhi neri e tondi come due gusci di noce. Allora mi volto a guardarlo. Accendo il mio sigaro.
"Scommetto che ti avranno pagato davvero bene per mettere su questa farsa. Il sangue di Donovan non sarà certo bastato", gli dico fissandolo negli occhi.
"Lascia stare Donovan. La sua parola non vale niente in confronto alla mia".
"E le rane devono ben saperlo, non è vero?", annuisco amara.
Si ferma. "Non ti ho fatto certo venire fin qui per sentirmi ripetere cose che conosco già. Tu sei prezioso per il nostro condotto, e il tuo traffico ci frutterà almeno trecento vasche".
Un fulmine attraversa i miei occhi. "Non sono stata assoldata per questo, né ho alcuna intenzione di esserlo".
Mi osserva con fare sbalordito, curvando il suo teschio. "Il sangue è tutto, mio caro. Senza sangue, il tempio non avrebbe senso".
"Il tempio non dà alcun giovamento agli agenti. E questo la lepre rossa lo sa benissimo".
"Ma lei rimane comunque il fulcro del crocevia", osserva con voce da serpe.
"Ti sbagli. Non è come i dottori e le rane. Non è questo ciò che vuole", ribatto sicura.
Striscia lungo i fari di luce languido, mortuario, come il maroso di un serpente. "Ah no? E allora cosa sei venuto a fare qui?". Si adagia sul morbido trono. "Esiste per te una ragione per tutto?". Uno squillo illumina il suo volto. "Hai mai vegliato nel viale del sangue ibernato? Ti sei mai chiesto perché il sapone tiranneggi sulle nostre unghie? Che cosa è per te la lente dell'ozono?". Si ridestano, come da un lungo coma, le sue gambe, roteando nell'aria. "Il mondo è una nostra invenzione, seppure una cancrena che devasta una piaga dopo l'altra. La solitudine squarcia il cielo delle mutazioni, ma nessuno di noi sa come domare le acque". Continuò:
"Ci sono molti segreti rimasti insoluti, e tu vorresti forse penetrarli, o penetrarvi tu stesso. Ma è così vile chi varca la soglia della verità se non riconosce la menzogna".
"So cos'è la menzogna. Tu stesso me l'hai insegnata", rifletto.
"E feci bene, perché senza il seme della menzogna adesso saresti un fuoco di fotosintesi estinta. Non puoi rifiutare il mio aiuto".
"Questo non ti dà alcun diritto sul mio traffico. Il mio accordo riguarda soltanto me e la lepre rossa, e nessun altro", lo taglia la mia voce secca.
"Il tuo errore sta lì dove la sofferenza scompare. Non riesci più a trovarlo e ora vuoi prendertela con me".
"I tuoi giochetti non varranno la mia collaborazione. Mi hai inondato dello sputo delle tue viscere, e ora vorresti rinchiudermi qui, in questa gabbia di rottami? Ma guarda che cosa hai attorno! Umanoidi in sfacelo, sanguisughe di sale e piante di ruggine sonnolenta.", sbraito contro di lui."Per me non c'è posto qui", dico poi secca.
A fatica, le sue gambe atterrano sul ventre di un danzatore gigante, per placarsi definitivamente.
"Hai ragione. La tua corazza è molto più aspra di quanto credessi". Le sue labbra si chiudono per un momento, dietro il velo della luce, poi si riaprono, piano. "Ricorda: il terzo quadrante si aprirà soltanto quando le ombre periranno".
E le ombre giungono, alfine, e affondano ogni spazio del tempio idrofobo. Una fessura si espande dalla fronte del fachiro. È rossa e fluida, come il bisturi della melagrana. Mi faccio spazio tra le sue ombre ed entro.



V RICHIAMO


Il bagliore cupo delle rotaie taglia la linea del mio orizzonte. L'aria devastante blu, di un blu ancor più elettrico e lunare del deserto, si alza come un'orda di squame, attorno ai binari.
Accendo il mio ultimo sigaro con fredda noncuranza. Il mio ombrello è ormai quasi incenerito. Pare cartavelina appannata, sradicata dal caldo più caldo che possa esserci, via dal suo rifugio di colla. Ciottoli di scarni granchi di calcare si susseguono irregolari sulla piattaforma. Gli anelli di nebbia del mio sigaro volteggiano nella stepposa atmosfera.
Poggio l'ombrello a terra, sollevo la tesa del cappello, mi volto, ed è lì. Nove soli scorrono lungo il fiume azzurro dell'Idea, e io devo scoprire quale di essi mi appartiene.
Afferro la valigia e avanzo, passo dopo passo.
"Aiscia, fermati!".
Mi fermo. Il peso delle mie orecchie si fa più forte. Continuo a fissarlo lentissimamente, e non lo vedo, quel richiamo, lo sento soltanto. Non guardo nella sua direzione. Resto di spalle.
"Tutto ciò è folle, e lo sai".
Pausa.
"Pensa al vento".
Riabbasso la falda del cappello, con estrema calma. "Io non sono un mistico, e so quello che faccio, perciò togliti di mezzo", esplodo infine con fare calmo.
"Così facendo certo non otterrai i tuoi insulsi cavalli", insiste la voce.
Un fruscìo, un pallore, sui miei occhi.
"Nessun fiume azzurro sarà visibile. Mai", persiste ancora.
È mezzogiorno. Gli schermi dell'orologio si irrigidiscono. Un tremore scorre lungo la grata dei quadranti. Poi uno scricchiolìo ne corrode freneticamente le ossature, finché le crepe si dilatano, e i petali di colata magnetica si dischiudono. Nel terzo quadrante.
"Aiscia!".
Spengo il mio sigaro e procedo, incantata.
"Lasciami andare".




LUNA DONNA