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SACHA ROSEL (Pescara, 1974).
Si occupa di traduzioni e consulenze editoriali.
Collabora con Thriller Magazine, portale del mistero, dove pubblica
rensioni cinematografiche e librarie curando
inoltre la rubrica "Doppia Identità".
Un suo racconto, "Noon", è apparso
nell'antologia Frutti di mare (Lindau, Torino,
1997).
È presente nell'antologia "Amiche luci
e ombre di un sentimento" (Erga Edizioni,
Genova, 2001) con il racconto "La Visita",
e in "Amiche, parole e immagini"
(Le Onde, Torino, 2005) con l'estratto di
un romanzo, "Parolaria".
Fa inoltre parte della redazione della rivista
letteraria on line i pinguini nel sottoscala, che pubblica interventi di scrittori professionisti,
e del sito ufficiale di Carlo Lucarelli. Il suo romanzo inedito "Rezia"
è reperibile on line sul sito Orient Express.Ha partecipato alla stesura del Dizionoir (Delos Books, 2006), prima pubblicazione
enciclopedica italiana dedicata al genere
thriller, e ai volumi Borsalino. Un diavolo per cappello (Robin, 2007), con il racconto Le chapeau du désir, e Colpi di testa (Noubs, 2007), con il racconto Rivelazione.


Voglio una prosa che sia metamorfosi continua,
un incantesimo di preghiera che arrivi ad
annullare il bianco confondendosi con esso,
nel vivo dell'inchiostro che è sangue mestruale,
e zampilla per far riemergere l'inespresso,
il mare dentro di noi, l'illimitata bellezza
del canto che non ha confini di trama, forma,
lunghezza o brevità.

TRAMONTO VERDE
Nella notte in cui Diana violentò Callisto,
non un suono ardiva di essere udito.
Le due ninfe rosse, le chiome fluide disciolte
nella foresta nuda e spettrale illuminavano
la pelle, oscurando la sfera della luna.
L'acqua, una fiammella lenta e regolare,
gocciolava inesorabile dal dito di Callisto,
formando una pellicola opaca e arancione
sulla superficie del lago. La fanciulla era
già gravida, dopo il sospiro solitario del
tempo trascorso.
Sull'erba dorata, Diana osservava il trascorrere
lento e nervoso delle stelle. Una scintilla
dopo l'altra, percepì le prime contrazioni
stordire il corpo di Callisto, e rintoccare
in note di agonia nella sua mente. Il filo
d'arancio cessò di fondersi nell'aria, spezzandosi
in uno squarcio silenzioso che prosciugò
il cielo nello specchio dell'acqua. Subito
il palmo di Diana sfiorò i muti spasmi di
Callisto: un livido invase allora la linea
della sua mano e, grondante di acqua squamosa,
Diana si chinò sul ventre fecondo, in attesa.
Ad un tratto, il lago vivente soffiò una
gemma d'ametista ai piedi di Callisto, e
muovendosi dal proprio abisso come fosse
una freccia d'acqua la colpì, e ne estrasse
una bimba lucida, umida, dalla chioma di
vetro.
La luce verde riflessa nelle ciocche neonate
annunciò il fragore del tramonto alle fanciulle,
ora unite nel suono.
NOON
I FERROVIA
Sono arrivata col treno delle 7. La bocca
secca come carta vetrata, le maniche di camicia
bruciate dal sigaro, e un facchino che divora
pane in ebollizione. Filamentoso, sembra
plastica.
"Lo è, amico", mi fa lui di rimando.
"Dove credi di andare con quella valigia?".
Sollevo il cappello. "Che vuoi dire?".
"Le gite panoramiche sono vietate dopo
le 5".
Accendo un fiammifero. Fizz! Sprizza delirio
da ogni parte. Estraggo un sigaro dal taschino
e lo illumino sotto quelle saette di fuoco.
Guardo i binari. Non è male come posto dove
nascondere i topi.
"Si dà il caso, Fred, che non ho alcuna
intenzione di fare gite panoramiche",
ribatto secca. Le mie pupille vespe cadaveriche
si voltano verso di lui. Il loro laser verde
arriva ai suoi occhi. "Vengo qui per
sterminare i cavalli".
Il suo volto si spegne.
"Che genere di cavalli?".
Cristo, neanche un topo, e questo sapone
idraulico tra le dita... Tiro fuori la mia
pistola dalla giacca, la maneggio accuratamente,
col sigaro in bocca.
"I cavalli non hanno genere. Ne hai
forse uno, tu?", e rialzo lo sguardo.
L'orologio-lava della ferrovia sembra abbrustolito
dal caldo. Fa caldo? Non me n'ero accorta.
Ha una voce gracchiante, l'orologio, peggio
di una ciminiera. Le sue ruote continuano
a girare, a scorrere. Forse quest'imbecille
mi saprà indicare l'accesso al terzo quadrante,
sebbene, a giudicare dall'aria...Sicuramente
non è abituato al caldo di qui. Ha il collo
impiagato di ferri biodegradabili: non può
durare molto in quest'atmosfera.
"Sei in trappola, bello. La freccia
indica che il vento ha chiesto di vederti,
ma non prima che tu abbia convocato le rane
per la trattazione", maligna il tipo
contro di me. Una bolla di paglia attraversa
la mia mano. Sputo a terra.
"Verme. Sai di essere in pericolo qui,
e perciò ti aggrappi alla più piccola possibilità
di fuga. Ma tu non fuggirai: la lepre rossa
ti sta già rosicchiando il polpaccio",
esplodo vendicativa.
"E tu pensi che ti creda?", inveisce
rapido. La sua pelle, tesa e accartocciata
come un mucchio di asciugacapelli sezionati,
vibra. "Ci sono migliaia di condotti,
qui nella ferrovia, più di tremila controllati
dalle rane. La lepre rossa non potrebbe mai
riuscire a passare. Se la sbranerebbero prima",
continua quello.
Getto una risata calcinante. Ho finito il
sigaro e la mosca del sole inizia a disperdersi
nell'odore del vuoto. Mi muovo. Inforco un
sottopassaggio ed entro nel terminale dei
dottori.
II FARINA
Camici ingialliti vagano lungo i cunicoli
del guercio. "Stupide creature! Si credono
ancora umane! Ma la farina che chiedono in
cambio del sangue non gioverà a nulla, e
a nessuno", sentenzio camminando da
una parte e dall'altra.
Braccia fogliacee svengono accanto a me,
i miei passi sempre più lenti, come rallentati
dalla forza dei globi bianchi che scendono
dall'alto, sul muro del reparto. Si direbbe
ossigeno sabbioso, quest'aria. Un dottore
mi piomba addosso da un globo. Infilza la
mia spalla con i suoi canini d'avorio. Cade,
disciolto in una pozza acida blu.
"Mi spiace, amico. Non ho quello che
cerchi", gli dico scrollando le spalle,
e alzo i tacchi.
"Largo, largo, muovetevi!", grido
spazientita facendomi spazio a forza tra
la folla. Le membra digitali dei pazienti
crollano come aghi di ghiaccio al mio passaggio,
ma il guercio è ancora lontano. Lo vedo appena,
è giù, nel pozzo. Allora scendo. La lama
mobile della scala sputa e ribolle, e il
mio ventre blu si riscalda e si lava delle
cellule verdi.
"Dove sei diretto?", mi fa il guercio
affilando le sue seghe elettriche.
"Al reparto degli altiforni".
"L'altoforno è chiuso oggi. Torna domani".
"Non dire stronzate! Sono venuta apposta!
Donovan deve ricevermi".
La sua mano blocca le due seghe. "Donovan
non riceve nessuno".
Ha la testa lucida, il cranio fermo e nodoso
come un nervo drogato. Ha una vestaglia elettrica
che brilla come l'alcool, ma non ne possiede
la forza. Afferro una sega, e la sua mano
è già lontana.
"Cartapesta...", sussurro piano.
Ormai ho un tuboingresso davanti a me, un
infermiere senza gambe passa spingendo un
carrello. Si volta spesso, ma io accendo
un altro sigaro. Rimane tutto deserto. E
la mia voce.
"Guardati dalla lepre rossa".
III MESSAGGERO
Un mucchio di carta di mele sulla scrivania
a 60°. Nessuno sente il peso della polvere
qui negli altiforni.
"Non sono riuscita a trovare l'accesso
al terzo quadrante. Tu ne sai qualcosa?",
chiedo.
Donovan ha un'espressione contratta nel volto
di pustole grigie. I suoi riccioli in sughero
scendono sul collo nudo e livido come lebbra
assetata d'amore.
"Vorrai scherzare. Di notte non è permesso
avvicinarsi allo stomaco dell'orologio. Potresti
salire su per il montacarichi, ma poi ti
ritroveresti nel primo quadrante, e da lì
per arrivare al terzo, è come al punto di
partenza. D'altronde, di giorno i quadranti
si smontano, e l'unico accesso valicabile
è quello che conduce al condotto generale
del mattatoio libero, il che significa, chiunque
vi passi è contrattato come schiavo dalle
rane".
Straccio un foglio e lo mastico. "Ti
sbagli. Non c'è alcun mattatoio libero, se
non nella tua testa", le dico decisa.
"Io vivo qui dall'avvento del calendario
lunare, cioè da molto più tempo di te. Non
sono un mercante, sono un macchinista della
miniera numero settemilaottocentoventi, altoforno
diciotto", declama con orgoglio. E poi
sibila: "A me, il vento, non mi ha mai
cercata...".
"Non può avermi convocata, ti sbagli
di grosso", tuono seccata. "È impossibile.
Non è qui".
Si alza dalla scrivania e mollemente avanza
verso la gola del primo altoforno. I suoi
tacchi risuonano come metallo gonfio sulle
pietre.
"Che cosa ti fa essere così sicuro?",
mi fa guardandomi con aria ironica. Il suo
ginocchio piatto e oblungo come un pipistrello
pulsa e s'infiamma a contatto di una leva.
"La lepre rossa mi ha assicurato che
resterà distante per molto". Faccio
un passo. "Ci sono molti cavalli da
uccidere".
"I cavalli non hanno sangue, Aiscia.
E comunque non potrai mai arrivare a sterminarli.
Il cuore dell'orologio te lo impedirà. Le
rane lo assaliranno fra due lune, e una neve
spessa come una colata di asfalto seppellirà
i corpi".
"I cavalli non hanno corpi", affermo
di colpo. Ora non può sfuggire alla mia morsa
d'acciaio. Ho il suo collo tra le mani. "Sei
stata tu a chiamarmi, Donovan. Adesso non
puoi tirarti indietro".
Le sue unghie sibilano qualcosa d'indecifrabile,
poi il sibilo diventa un fischio, e il fischio
un rombo, e il rombo un uragano, finché la
sua immagine scolora, graffiata, distorta,
avvitata, nel silenzio dell'imene.
Entro nel primo altoforno e giungo nei sotterranei.
IV IL TEMPIO
Un levriero biondo mi accosta. Il suo ciuffo
è ritorto e uncinato come un bel rubinetto
d'alluminio. Apre il becco, e so che dovrà
parlare.
"Una volta entrati qui, si può, e si
deve, anche morire".
"Perché? Non siamo forse già morti abbastanza?",
gli faccio porgendogli un sigaro. Lo rifiuta.
"Autocombustione?". Annuisce. Sfoggia
orecchie di porcellana, che mi conducono
in un salone addobbato con grandi cuscini
di luce. Danzatori del ventre esibiscono
i polipi dei loro seni ad un fachiro luminoso.
Una lingua verde è appesa al suo collo, viva.
Applaude lentamente e con garbo allo spettacolo.
Sembra disteso su di un lungo ed alto trono,
ma non vedo nessun trono. Sarà invisibile.
Fa avvicinare uno dei danzatori e afferra
i suoi polipi con gusto, li strizza, li munge,
sghignazza. Alza la testa e volge lo sguardo
verso di me.
"Vieni avanti, straniero". Fa un
gesto pretenzioso. "Ti aspettavo".
Si alza e procede a passi lunghi nel salone.
"La tua follia placherà le mie gambe".
Già. Due botti astrologiche che cambiano
direzione con il soffio del sangue.
"Raccontami dei tuoi cavalli, delle
tue scorribande. Avremo tanto tempo da passare
insieme, fino all'arrivo del vento".
Mi volto, gelida, verso di lui. "Il
vento non arriverà mai, e tu lo sai benissimo".
"Certo, mio caro, come tu desideri.
Sai, c'era un tempo in cui credevo ai ciechi
e alle cimici scoppiettanti, ma poi l'erba
di zucchero mi ha portato via, e la terra
è caduta sotto i miei piedi".
Bisbiglio su di un danzatore, che venga da
me.
"Il commercio procede regolarmente.
Il sangue dà i suoi frutti", riflette
soddisfatto.
Inizio a stuzzicare il danzatore con il mio
ombrello. "È per questo che hai lasciato
che arrivassi fin qui?".
"Che cosa c'è?", avanza il santone
piegandosi sulle ginocchia. "La lepre
rossa non gradisce più il mio tempio?".
Poggio l'ombrello sul cuscino più vicino
e ci distendo il danzatore.
Il fachiro indietreggia, appoggiandosi al
suo scettro di germogli fermentati. "Voi
agenti siete molto curiosi...interessanti...da
studiare".
Esibisce i suoi occhi neri e tondi come due
gusci di noce. Allora mi volto a guardarlo.
Accendo il mio sigaro.
"Scommetto che ti avranno pagato davvero
bene per mettere su questa farsa. Il sangue
di Donovan non sarà certo bastato",
gli dico fissandolo negli occhi.
"Lascia stare Donovan. La sua parola
non vale niente in confronto alla mia".
"E le rane devono ben saperlo, non è
vero?", annuisco amara.
Si ferma. "Non ti ho fatto certo venire
fin qui per sentirmi ripetere cose che conosco
già. Tu sei prezioso per il nostro condotto,
e il tuo traffico ci frutterà almeno trecento
vasche".
Un fulmine attraversa i miei occhi. "Non
sono stata assoldata per questo, né ho alcuna
intenzione di esserlo".
Mi osserva con fare sbalordito, curvando
il suo teschio. "Il sangue è tutto,
mio caro. Senza sangue, il tempio non avrebbe
senso".
"Il tempio non dà alcun giovamento agli
agenti. E questo la lepre rossa lo sa benissimo".
"Ma lei rimane comunque il fulcro del
crocevia", osserva con voce da serpe.
"Ti sbagli. Non è come i dottori e le
rane. Non è questo ciò che vuole", ribatto
sicura.
Striscia lungo i fari di luce languido, mortuario,
come il maroso di un serpente. "Ah no?
E allora cosa sei venuto a fare qui?".
Si adagia sul morbido trono. "Esiste
per te una ragione per tutto?". Uno
squillo illumina il suo volto. "Hai
mai vegliato nel viale del sangue ibernato?
Ti sei mai chiesto perché il sapone tiranneggi
sulle nostre unghie? Che cosa è per te la
lente dell'ozono?". Si ridestano, come
da un lungo coma, le sue gambe, roteando
nell'aria. "Il mondo è una nostra invenzione,
seppure una cancrena che devasta una piaga
dopo l'altra. La solitudine squarcia il cielo
delle mutazioni, ma nessuno di noi sa come
domare le acque". Continuò:
"Ci sono molti segreti rimasti insoluti,
e tu vorresti forse penetrarli, o penetrarvi
tu stesso. Ma è così vile chi varca la soglia
della verità se non riconosce la menzogna".
"So cos'è la menzogna. Tu stesso me
l'hai insegnata", rifletto.
"E feci bene, perché senza il seme della
menzogna adesso saresti un fuoco di fotosintesi
estinta. Non puoi rifiutare il mio aiuto".
"Questo non ti dà alcun diritto sul
mio traffico. Il mio accordo riguarda soltanto
me e la lepre rossa, e nessun altro",
lo taglia la mia voce secca.
"Il tuo errore sta lì dove la sofferenza
scompare. Non riesci più a trovarlo e ora
vuoi prendertela con me".
"I tuoi giochetti non varranno la mia
collaborazione. Mi hai inondato dello sputo
delle tue viscere, e ora vorresti rinchiudermi
qui, in questa gabbia di rottami? Ma guarda
che cosa hai attorno! Umanoidi in sfacelo,
sanguisughe di sale e piante di ruggine sonnolenta.",
sbraito contro di lui."Per me non c'è
posto qui", dico poi secca.
A fatica, le sue gambe atterrano sul ventre
di un danzatore gigante, per placarsi definitivamente.
"Hai ragione. La tua corazza è molto
più aspra di quanto credessi". Le sue
labbra si chiudono per un momento, dietro
il velo della luce, poi si riaprono, piano.
"Ricorda: il terzo quadrante si aprirà
soltanto quando le ombre periranno".
E le ombre giungono, alfine, e affondano
ogni spazio del tempio idrofobo. Una fessura
si espande dalla fronte del fachiro. È rossa
e fluida, come il bisturi della melagrana.
Mi faccio spazio tra le sue ombre ed entro.
V RICHIAMO
Il bagliore cupo delle rotaie taglia la linea
del mio orizzonte. L'aria devastante blu,
di un blu ancor più elettrico e lunare del
deserto, si alza come un'orda di squame,
attorno ai binari.
Accendo il mio ultimo sigaro con fredda noncuranza.
Il mio ombrello è ormai quasi incenerito.
Pare cartavelina appannata, sradicata dal
caldo più caldo che possa esserci, via dal
suo rifugio di colla. Ciottoli di scarni
granchi di calcare si susseguono irregolari
sulla piattaforma. Gli anelli di nebbia del
mio sigaro volteggiano nella stepposa atmosfera.
Poggio l'ombrello a terra, sollevo la tesa
del cappello, mi volto, ed è lì. Nove soli
scorrono lungo il fiume azzurro dell'Idea,
e io devo scoprire quale di essi mi appartiene.
Afferro la valigia e avanzo, passo dopo passo.
"Aiscia, fermati!".
Mi fermo. Il peso delle mie orecchie si fa
più forte. Continuo a fissarlo lentissimamente,
e non lo vedo, quel richiamo, lo sento soltanto.
Non guardo nella sua direzione. Resto di
spalle.
"Tutto ciò è folle, e lo sai".
Pausa.
"Pensa al vento".
Riabbasso la falda del cappello, con estrema
calma. "Io non sono un mistico, e so
quello che faccio, perciò togliti di mezzo",
esplodo infine con fare calmo.
"Così facendo certo non otterrai i tuoi
insulsi cavalli", insiste la voce.
Un fruscìo, un pallore, sui miei occhi.
"Nessun fiume azzurro sarà visibile.
Mai", persiste ancora.
È mezzogiorno. Gli schermi dell'orologio
si irrigidiscono. Un tremore scorre lungo
la grata dei quadranti. Poi uno scricchiolìo
ne corrode freneticamente le ossature, finché
le crepe si dilatano, e i petali di colata
magnetica si dischiudono. Nel terzo quadrante.
"Aiscia!".
Spengo il mio sigaro e procedo, incantata.
"Lasciami andare".
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LUNA DONNA | ![]() |