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PAOLA FASANO Ho conseguito la laurea in lingue
alla Bocconi tanti anni fa. Ho viaggiato
molto trascinata da un marito senza radici.
Nel frattempo ho allevato due figlie speciali.
Ho lavorato in un sacco di posti, raramente
appagata, solo spinta dallo spasmodico desiderio
di bastare a me stessa, di non dover chiedere.
I libri sono i miei migliori amici: romanzi,
poesie, saggi di scrittori italiani, francesi,
americani. Ne ho in borsa, in ufficio, aperti
sul letto, spesso appena cominciati, scorsi
qua e là per assaggiarli, per gustarli un
po' e finirli quando ho tempo. Sottolineo
le frasi che voglio memorizzare, annoto espressioni
che avrei voluto scrivere io. Lascio, come
segnalibro, qualche foto o cartolina o lo
scontrino della Coop, di tutto. La scrittura
è sempre stata per me principalmente comunicazione,
trasmissione di assenso o protesta a persone
o giornali. Da qualche tempo è una necessità
di narrarmi, di fissare sulla carta i miei
ricordi, le gioie, i dolori, i segreti che
non rivelerei neanche all'amica più cara.

Un'infamia
Il libro mi scivola in grembo, il sonno sta
per vincermi. E' un pomeriggio di primavera
a Beirut e fa già caldo. Percorro il lungo
corridoio, tra le stanze è fresco, le tende
del balcone si sollevano all'aria calda e
secca.
Osservo il giardino sottostante, la palma
altissima al centro, la casa con il tetto
di tegole rosse, le finestre tondeggianti
divise da una colonnina, la porta principesca
a volta, con i vetri ornati da legno intagliato.
Staranno tutti dormendo, non vedo anima viva,
neanche una finestra aperta.
Sono sola e prendo una decisione rischiosa
per quel paese. Faccio mentalmente il conto
della distanza da casa all'aeroporto, percorro
con la mente ogni strada. Devono essere alcuni
chilometri ma in un'ora o poco più ce la
farò sicuramente e vedrò gente, vita.
Mi avvio canticchiando lungo un viale delimitato
da alberi di cui non conosco il nome, hanno
fronde esili, quasi toccano terra, fanno
poca ombra. Il caldo è sopportabile.
Lascio la zona abitata e inizio il tratto
che porta fuori città. Non c'e' più marciapiedi,
rasento il limite della strada colma di polvere
rossa. I sandali bianchi sono già del colore
di quella sabbia finissima che entra e che
dà fastidio.
Le macchine passano vicine e suonano, dai
finestrini aperti escono visi scuri di orientali,
si sbracciano, gridano frasi che non capisco.
Afferro un ramo nodoso pesante. Il cuore
batte, corro, ho paura e sono stanca. Finalmente
arrivo alla curva dove c'e' un'ambasciata.
Mi fermo un attimo per prendere fiato e decido
di attraversare il viale.
Dall'altra parte c'è un campo profughi.
Nessuno mi segue più. Cammino lentamente
e osservo. Sto costeggiando capanne che mi
ricordano quelle di un vecchissimo film di
Fellini. Sembrano essere state costruite
di notte, i muri di mattoni forati senza
intonaco, il tetto di lamiera fissata con
qualche pietra, le finestre piccole, senza
vetri, qualche tappeto vecchio e strappato,
fissato a mala pena, difende la vita privata
di gente modesta e dignitosa.
Sono palestinesi.
Non ci sono fogne, non ci sono tubazioni
per l'acqua, gli odori sono irrespirabili.
Qualcuno mi guarda e si gira dall'altra parte.
Mi colpiscono i bambini, tanti, tantissimi
che corrono e ridono, giocano come i bambini
di tutto il mondo. Si divertono a saltare
dentro alle pozzanghere, si schizzano di
fango i pantaloncini e le magliette piene
di buchi. Intuisco che il campo è enorme,
c'è una strada che lo attraversa, ne vedo
parte che si immette nel viale ed è in discesa
ma non riesco ad immaginare quanta gente
possa abitarvi.
Mi chiedo come il mondo civile permetta che
degli esseri umani vivano in simili condizioni,
che cosa abbiano fatto per meritarsi tanta
miseria.
Avevo costeggiato Sabra, il campo profughi
che sarebbe diventato famoso qualche anno
più tardi per una carneficina.
Ed è ancora lì.
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LUNA DONNA | ![]() |