TAMARA DI DAVIDE. Sono di professione coltivatrice diretta,
ho 54 anni. Tamara Di Davide non è il mio
vero nome ma un nome di lotta che ho preso
da Tamar, figlia di Davide il re biblico.
Ho fondato il comitato etico "Donna
il lotta contro la prostituzione" il
cui intento è di affrontare il problema prostituzione
dal punto di vista etico-morale; di cercare
di capire e di far capire perché esiste il
fenomeno e se possibile in un mondo futuro
e diverso, eliminarlo.
Siamo in contatto con un centinaio di associazioni
femminili e femministe in tutta Italia, alcune
delle quali operano in diversi campi a livello
locale, altre a livello nazionale e altre
ancora a livello internazionale.
Le mie due opere letterarie sono: la prima
“Diario di contadina”, la seconda: “Le radici
della prostituzione”. Quest'ultima è composta
da diversi piccoli saggi, suddivisi per tema,
ad esempio: condizione femminile nella Storia,
aborto, sessualità, celibato, matriarcato,
verginità, economia, demografia nella Storia,
storia della prostituzione dalla preistoria
ai giorni nostri; nonché , diverse lettere
a personalità politiche e a vari direttori
di giornali e riviste, l'ultima ai gesuiti.
Il tutto facente capo al tema centrale prostituzione:
le sue cause, i suoi effetti, le sue radici.
Ho fatto studi regolari fino alla quarta
elementare. Sono figlia di contadini, e come
si sa i contadini sono indietro rispetto
alla civiltà attuale. Per questo io posso dire della “Storia”
di averla vissuta dal vivo, ed essendo donna
non è stato piacevole; dall’integrazione
del mio vissuto con i libri di Storia da
me consultati, ne è scaturita una consapevolezza,
forse inedita, che io con la scrittura intendo
trasmettere alle altre donne, troppo spesso
ignare, troppo spesso confuse, perché “La
Storia” è scritta da uomini, per confondere
e umiliare le donne, che in quanto tali restano
sottomesse. La scrittura dunque, per me,
non è diletto, non è arte, ma un mezzo, un
dovere per trasmettere, quanto da me acquisito.
COMITATO ETICO
DONNA IN LOTTA CONTRO LA PROSTITUZIONE
Tamara di Davide
comitatoetico@tin.it
IL DRAMMA DEMOGRAFICO NELLA STORIA
[...]
Il contadino è da sempre in una condizione
di reietto e di coercizione rispetto alle
altre categorie seppur in minoranza e questo
quanto più la popolazione della città aumenta
ciò che riceve è minore di ciò che dà; ciò
che riceve può essere una zappa e un aratro
dal fabbro, un giorno, un mese di lavoro,
ciò che dà è molto di più, sotto l'inclemenza
del tempo e ai margini della città e della
società.
La sua condizione di reietto serve alla produttività
della terra. Se non lo fosse il terreno renderebbe di
meno e non sfamerebbe la città. Ecco perché
appena si può, come si può si lascia la campagna
per la città. "L'aria della città rende
liberi" si diceva e a ragione.
Ma chi è in prima linea nella scala degli
emarginati non è ancora il contadino, è la
contadina, questa donna senza della quale
non esiste la piccola azienda agricola, senza
della quale non esiste la città, la società
,la civiltà, non è mai menzionata dagli storici
ma è sulle sue spalle che poggia tutto l'architrave
sociale. E' lei sono loro le donne dei contadini
'i piedi della società'. Su di loro si sfoga la frustrazione dei
mariti per l'oppressione dei signori e per
le difficoltà dell'esistenza e (paradosso)
per fine dell'esistenza stessa.
Ritengo giusto questo ricordo "in memoria"
delle figlie di Eva: " le
responsabili di tutte le tribolazioni del
mondo e della morte".
E ritengo giusto ricordare ogni volta, che
i padri della chiesa da S. Agostino al periodo
considerato (fino a pochi anni fa, su FAMIGLIA
CRISTIANA), rimproveravano i mariti le cui
mogli ricorrevano a metodi anticoncezionali
di "trattarle come delle prostitute".
Oggi: (Novembre anno 2000 d.C.) la cosa non
si dice più così brutalmente, ma nella sostanza
(e nella morale) le cose non sono cambiate.
Una cosa assimilava l'uomo contadino alla
donna contadina: il rapporto che egli/ella
ha con il suo signore. In cambio di lavoro
e di prodotti agricoli egli riceve 'protezione' dalle bande
di razziatori e dagli altri signori; la donna
del contadino riceve in cambio
del suo lavoro 'protezione' dagli altri uomini.
Entrambi naturalmente, marito e signore sono
depositari di un’autorità che viene direttamente
da Dio. Il marito è al tempo stesso anche
"Signore" della moglie.
E' per questo che il contadino non si ribella
alla sua condizione, alla sua oppressione,
al suo signore. Se lo fa sa che s’incrina
un precario equilibrio e la moglie è autorizzata
a ribellarsi a lui.
I contadini si ribellano in massa solo quando
ci sono le basi per un nuovo ordine simbolico.
Questo spiega tutto il livore, l'accanimento,
il dispiegamento di forze e di mezzi, i roghi
degli eretici, contro le eresie, che sono
stati impiegati non solo dalle autorità ecclesiastiche
ma anche secolari.
[...]
Un grande fattore sostitutivo della religione
è stata "l'utopia" marxista. Utopia soprattutto perché
non considerava, e non considera abbastanza,
il lavoro intellettuale dell'imprenditore
nella costituzione del capitale; e il lavoro
non considerato e non pagato della donna
in famiglia e nella piccola azienda familiare.
E non è poco, perché non ha considerato la
testa e i piedi. I marxisti/leninisti hanno si elaborato
della teoria in cui c'è del vero, cioè che
la famiglia è la culla della proprietà privata
e il crogiolo dell'oppressione femminile,
ma a questo non hanno purtroppo saputo dare
un'alternativa adeguata e risolutiva.
Solo allora, solo di fronte "ai progressi e agli errori del socialismo" la chiesa, nel Concilio Vaticano I,
si è accorta della condizione dei lavoratori.
Anche questo non è nuovo, far proprie le
conquiste umane e sociali fatte da altri.
La Storia per questo dovrebbe essere più
attenta nonché gli storici. Soprattutto gli
storici dovrebbero preoccuparsi di più di
rendere giustizia a chi non ha avuto voce,
o che non ha più voce e che sicuramente sono
stati più onesti di chi oggi ha enormi mezzi
di comunicazione ed una voce che va da un
capo all'altro del mondo. Ricordare chi ha
lottato per primi per una migliore condizione
dei lavoratori è render loro giustizia. Poiché
accodarsi poi alla carretta è facile.
Rendere giustizia per quanto e se è dovuto
anche agli imprenditori ("sfruttatori
delle risorse e del lavoro della povere gente")
inglesi dell'ottocento. Coloro che con le
famose enclosures (recinzioni delle terre
comuni adibite al pascolo e alla raccolta
della legna)provocarono non pochi disagi
ai contadini. Ma furono proprio questi suoli
sottoposti a recinzione e a coltura intensiva
a produrre i capitali necessari alla rivoluzione
industriale,("effetto e causa della disgregazione
del tessuto sociale
rurale")si tenga presente che nelle
stesse zone dove si concentravano le
prime industrie inglesi, furono anche quelle
dove si sviluppo la rivoluzione agraria.
Inoltre l'industria specificatamente l'industria
chimica fu artefice della scoperta veramente
risolutiva (anche se solo in teoria) della
fame nel mondo: la fissazione chimica dell'azoto,
elemento
presente in quantità altissima nell'aria
e l'avvento dei concimi chimici.
grazie ad essi non c'è più bisogno di rotazioni
di
nessun tipo; e grazie all'impiego delle macchine,
all'irrigazione, all'impiego
di fungicidi e pesticidi e in tempi più recenti
al film plastico per le colture
protette, si possono avere alimenti in quantità
e qualità per tutto l'anno. Il
problema della fame dovrebbe essere risolto
per sempre. Ho detto dovrebbe, ma a
distanza di due secoli dalla scoperta e produzione
del concime chimico ancora
non lo è. Perché? Per
la famosa teoria di Malthus? Anche e non
solo. Problemi ambientali (di
riciclaggio dei rifiuti limitazione dell'impiego
di pesticidi, ecc.)a parte: La
grande paura e grande incognita per i paesi
del terzo mondo(compresi i paesi
dell'est, ex paesi comunisti) dove rimangono
ancora fame, guerre ed epidemie:
non è il salto economico, ma bensì il
salto culturale necessariamente contemporaneo.
La famosa seconda nascita che può avvenire solo in assenza di fame,
freddo, sporco. Finché si ha fame non si
pensa ad altro il centro di gravità è il
cibo, ma appena cessa la fame e l'incertezza
per il futuro: a cosa diavolo si deve pensare?
E' questo che fa paura, a certi governi e
a tutte le religioni, questa è la seconda
nascita ed è più difficile della prima, ma
questa seconda nascita deve pur avvenire,
ne va del destino del mondo. "Siamo
sei miliardi e tutti zitti". Non siamo
più nell'ordine dei milioni ma dei miliardi:
quanti saremo fra cento anni? E fra mille
anni? E a quale prezzo? Questo assordante
(e colpevole) silenzio quanto ci costerà?
NON saranno le religioni a pagarne il prezzo,
neanche con la confisca di tutti i beni di
tutti i ministri di tutte le divinità.
La seconda nascita sarà difficile perché
le religioni detengono il potere non solo
sulle coscienze dalla nascita alla morte,
ma anche quello del mondo oltre la morte,
e nessuno accetta in cuor suo, di scomparire
per sempre da un momento all'altro. Ma questo
non significa che ci si deve far menar per
il naso verso il baratro, come e più di quanto
è avvenuto finora; è segno di crescita e
di maturità, è segno di seconda nascita.
Ma qual è la grande colpa delle religioni?
quella di aver posto il veto morale alla
contraccezione! Loro possono giustamente
rispondere che la castità è prerogativa dei
religiosi e che la donna vergine e/o madre,
nonché la mistica che la circonda, sono state
e sono baluardo di protezione dalla
bestia; che di fronte ad una vergine e/o madre o
potenziale madre, la bestia
può avere una forma di
contenimento rispetto ad una donna imbottita
di contraccettivi quindi non
potenziale madre. Questo può essere vero.
Ma se lo sfogo di questa bestia
è diretto verso altre donne
chiamate prostitute di mestiere allora il
"metodo" è fallace e
fallito, buoni sentimenti a parte semmai
ce ne sono stati. Oppure il
"metodo" aveva lo scopo di proteggere(come
si proclamava apertamente
nel medioevo)le mogli, figlie, madri, e sorelle
dei padri-padroni, in ultima
analisi della proprietà privata.
Il "dio" non è altro che la rappresentazione
del padre/padrone e allora lo scopo è perfettamente
riuscito e il marchingegno culturale diabolico
può essere messo in discussione non da un
discorso di tipo marxista/leninista i cui
seguaci solo in parte hanno capito, ma solo
da un discorso di genere femminile libero
da condizionamenti culturali maschili d’ogni
tipo e colore. Si sente dire (di straforo)
quando le donne non sentono o non dovrebbero
sentire: "Per l'uomo c'è solo "quello"!
Riferendosi al piacere massimo ed esclusivo
per eccellenza. Per le donne, una
cosa del genere non è concepibile; si può
immaginare che per le donne c'è solo "quello"? A meno che non siano delle malate mentali
da ricoverare e da "sorvegliare".
Solo recentemente è ammesso nella morale
cattolica il piacere sessuale della donna
solo all'interno del matrimonio, esclusivamente
con il primo marito. Ora, considerando che
il matrimonio non è una libera scelta ma
nella migliore delle ipotesi una scelta obbligata,
e quando non si sceglie l'uomo sulla base
di criteri sentimentali (chi lo fa, lo fa
a suo rischio e pericolo, maggiore di quello
di un uomo)ma sulla base di tutt'altri criteri
(economici) io rispondo alla chiesa: santa,
cattolica, apostolica e infallibile: che la donna non è un animale, che l'uomo
lo è ma la donna no, anche se la chiesa per
difendere i suoi castelli in aria vorrebbe,
tra l'atro, che lo fosse; come in altri tempi
ha voluto l'angelo del focolare distrutto
dalle gravidanze e dalle morti dei suoi figli,
e del quale a tutt'oggi è tutt'altro che
"pentita".
28/11/00
*
* A. BRANCATI. POPOLI E CIVILTA'. LA NUOVA
ITALIA.1995
** R. FABIETTI. IMPERO ROMANO E ALTO MEDIOEVO.
ZANICHELLI. 1970. BOLOGNA.
A. AMORE. LE RELIGIONI NEL MONDO. COLETTI.
1962 ROMA
***
B.F. PORCHNEV. LOTTE CONTADINE E URBANE NEL
GRAN
SIECLE. MILANO. JACA BOOK.1976
SULL’AUTODETERMINAZIONE DELLA DONNA
Sono stata anch’io, e sono, in ansia per
il divorzio e l’aborto, anche se non sono
potuta scendere in piazza per doveri di famiglia.
Ora sono in pericolo le nostre sofferte conquiste,
lo sentiamo tutte, e le donne in massa non
rispondono: perché? perché il movimento femminile
e femminista sembra essersi volatilizzato.
Eppure è in pericolo tutto ciò che va sotto
il nome di “autodeterminazione della donna”.
Chi ha dato i numeri alla destra per operare:
le televisioni di Berlusconi? Certamente!
Ma i numeri sono stati dati alla destra quando
le televisioni non erano solo di Berlusconi.
Non vogliamo superare un “esame di coscienza”
su noi stesse, vogliamo incolpare sempre
gli altri? Questo c’impedisce di crescere
e ce n’è un disperato bisogno.
Sarà colpa dell’autodeterminazione della
donna in senso lato, esteso ad oltre ogni
limite, ai peggiori elementi del genere femminile,
ad aver provocato tutto questo? So di rischiare
il linciaggio, ma sono fermamente convinta
che un’autocoscienza sia necessaria.
Un’autocoscienza che l’autodeterminazione
della donna sia un’arma a doppio taglio,
che dobbiamo sottoporre a revisione se non
vogliamo dare il femminismo – e tutto con
esso – in pasto alle prostitute “per scelta”
e alle pornostar, che se lo svendono, che
ne fanno scempio, per interesse personale.
L’autodeterminazione della donna ci lega
le mani se non possiamo dire a queste persone:
“Tu sbagli”, e al contrario, esse lasciate
a ruota libera provocano la disgregazione
morale, economica e civile di qualsiasi società,
nonché provocano la disgregazione del movimento
femminile, che si basa sulla dignità femminile,
che esclude ogni servaggio del corpo femminile
ad uso e consumo del maschio, anche se a
pagamento, anche se vantaggioso (per poche
persone).
Inoltre “l’autodeterminazione della donna”
porta alla più disparata ed esasperante divergenza
di intenti, provocando la disgregazione del
pensiero femminile, tale da essere facilmente
riassorbito dagli antichi valori patriarcali.
E’ tardi per una revisione “dell’autodeterminazione
della donna”? i danni da essa provocati sono
sotto gli occhi di tutti e occorreranno decenni
per risalire la china? io sono anni che grido
nel deserto delle donne militanti nella sinistra,
incapaci, anzi illudendosi di voltare pagina,
in realtà protagoniste solo di una oscillazione
di pendolo; incapaci di rendersi conto di
una cosa semplicissima: una donna per non
essere “contenitore” di un embrione, non
deve neanche esserlo degli umori maschili,
a lui piacendo; incapaci di scindere il loro
pensiero dal pensiero dei loro uomini, (i
ghibellini) che vogliono una vagina senza
la noia di occuparsi dei figli. Si può saper
quali vantaggi abbiamo dall’oscillare fra
i due sistemi: l’uno dei guelfi, di castità
(o presunta tale) e celibato, che presuppone
il disprezzo per le donne, l’emarginazione
e l’esclusione dai posti di potere; e l’altro
dei ghibellini, sesso libero che decade in
mercificato, da cui ne consegue un certo
potere delle donne ma in virtù della loro
disponibilità e avvenenza (nel caso delle
vecchie in virtù di provvedere alle giovani),
una certa “libertà” delle donne ma a quale
prezzo? Abbiamo chiesto il prezzo della nostra
“libertà”? Glielo abbiamo ricacciato in gola
ai ghibellini?
Il secondo sistema porta inevitabilmente
al dissolvimento di della società e dell’economia,
le donne n’escono sconfitte e con un’immagine
deturpata, in negativo; è per questo che
si torna al primo sistema, anche con il consenso
assenso delle donne. E non sene esce più,
non si esce più da questo tunnel/giro vizioso.
Reputo necessaria la chiusura della stagione
dei “diritti”, delle donne rammollite dai
“diritti”, di altre perplesse da questi,
e l’apertura della stagione dei doveri, ma
beninteso non i doveri di moglie-madre-figlia
(“esemplare”) neanche di tanto lontana memoria,
ma il dovere verso il nostro martoriato genere,
al fine di darci un’ossatura, uno Statuto,
come genere.
Che ce ne importa di chi vuole un figlio
ad ogni costo? Senza un padre, e/o non vuole
adottarlo, non è questo un rigurgito del
neanche troppo lontano concetto che una donna,
se non ha figli non vale niente? La “novità”
sta forse nel fatto che se vuole può averlo
anche senza un padre? Allora perché abbiamo
voluto l’aborto? Non l’abbiamo voluto perché
tirar su un figlio senza un padre o un padre
inadeguato è troppo pesante per le nostre,
per la nostra debole condizione? Dovevamo
spendere quintali di carta per le donne ricche
che si vogliono sbizzarrire? Dovevamo per
forza dare l’impressione che le donne non
sanno quello che vogliono (ora l’aborto ad
ogni costo, ora un figlio ad ogni costo)
e quindi non vale neanche la pena di starle
a sentire? Dovevamo per forza far ridere
anche i polli?
Quale grande occasione storica persa!
Ciascuna comunità, come prima cosa si preoccupa
di isolare ed espellere gli elementi vampiro
dal proprio seno, per poter esistere, darsi
un’immagine. Ma esiste una comunità delle
donne? Una coscienza della loro condizione
sociale e storica? “L’autodeterminazione
della donna” ha il sapore del “si salvi chi
può”, ci si scavi una nicchia da qualche
parte, oppure, si vada avanti come pare e
piace, a forza di gomitate.
IL VALORE DI UNA DONNA
Erano i primi anni Settanta quando una studentessa
radicalmente di sinistra, quasi piangeva,
ed io pure con lei,, dopo la lettura di non
so quale articolo sull’Espresso, che ribadiva,
con tono dissociativo, che il valore di una
donna, a quei tempi, era tutto fra le sue
gambe; cioè nella sua verginità (tabù da
sfatare, secondo “l’Espresso”).
Quale nesso avrebbe avuto questo pianto,
con l’imminente “libertà sessuale”, per cui
la verginità non sarebbe più stato il massimo
valore di una donna? Chi potrebbe dirlo!
Nessuno ci ha mai pensato!
Sfatare questo tabù avrebbe liberato un torrente
in piena che si sarebbe diviso in due tronconi:
uno avrebbe permesso alle donne di essere
se stesse e considerate per le loro capacità
intellettuali; l’altro, almeno in un certo
immaginario maschile, avrebbe considerato
le donne oggetto di stupro, non più protette
dal valore carismatico della verginità.
Premettiamo che da sempre, la verginità oltre
l’età puberale, è un grande privilegio riservato
a pochissime donne privilegiate, con un forte
carisma come, per esempio, alcune sacerdotesse.
Basti pensare alla “Vergine Maria”. Ma non
si può non pensare che più che un privilegio
per poche fortunate, tutto questo sia un
simbolo, un picchetto posto a limitare qualcosa
o qualcuno, un argine per fermare qualcosa
o qualcuno, un contro altare di qualcosa;
questo qualcosa non può che essere il dilagare
della libidine e delle donne preda sempre
disponibili e a portata di stupro, a pagamento
o non.
In questi ultimi trenta quarant’anni c’è
stata un’esplosione di “sesso libero”, prostituzione
e pornografia. “E’ la libertà” - qualcuno
mi dice – ma c’è la sensazione diffusa di
qualcosa di sbagliato, che non si sa dove
ci sta portando. Ed ecco come un fulmine
a ciel sereno “la trovata geniale” di certa
signorina che per guadagnarsi la fama per
esordire in non si sa che cosa, chiede un
milione di euro per la sua verginità (Quante
ragazze si saranno morse le dita per averla
data gratis?). Infatti si presenta in tv,
bellissima ma con finta innocenza?
Nessuno può permettersi un milione di euro
e quindi la sua verginità e qui sta il valore
carismatico di una donna: quello di essere
irraggiungibile. Nessuno tranne uno sceicco,
che si fa avanti, ma lei ci ripensa, deve
riflettere. Era scontato! Se si sarebbe concessa
sarebbe sprofondata nel mare magnum della
donna qualunque, usata e di nessun valore
anche se ricca. Ma intanto si è lasciato
passare, come corrispettivo alla sua notorietà,
un messaggio devastante per le giovani in
particolare. Il loro valore sta fra le loro
gambe! Il prezzo pagato da tutte le donne,
per la fama della signorina, è un salto indietro
di due secoli.
Le femministe di ogni tempo e luogo che hanno
lottato fino all’ultimo respiro per la libertà
delle donne: avrebbero voluto questo, hanno
pensato a questo?
In questo contesto ha un senso il rapporto
sessuale solo all’interno del matrimonio.
Il quale compensa la perdita di carisma della
verginità con l’acquisto del carisma di moglie
(successivamente con quello di madre) che
non si perde neanche con la morte del marito.
Per questo però deve rinunciare a se stessa
e al suo cognome. Una trappola per il simbolico
femminile, per la quale della donna rimane
solo lo scafandro. Così Hillary, non è Hillary
ma Hillary Clinton.
Quale novità ci dobbiamo aspettare per le
donne e per il mondo da una donna candidata
alla Presidenza o Presidente degli Stati
Uniti d’America che si presenta con il cognome
di un uomo?
Ho indugiato nel mettere un punto interrogativo
a questa frase, la tentazione era di porvi
un punto esclamativo. Lasciamo che le donne
vadano avanti con i mezzi che hanno, anche
se questi sono dei derivati maschili, anche
se questo comporta dei rischi, perché il
cognome non è tutto. Hillary, solo per accedere
alla candidatura della Presiedenza, ha dovuto
sfruttare per intero il suo status di moglie,
anche se questo, con il tradimento del marito
proprio mentre era Presidente. La umilia
come donna. Per accedere alla candidatura
insomma, ha dovuto appoggiarsi alla fama
del marito nonostante il tradimento, rinunciando
alla propria dignità. Sarebbe stato logico,
e dignitoso chiedere il divorzio, ma allora
avrebbe dovuto rinunciare a qualsiasi ambizione.
Si potrebbe ancora dire con sconsolante consolazione
che gli Stati Uniti sono pur sempre la patria
dell’emancipazione femminile perché il tradimento
di un marito Presidente fa notizia. In un
paese arabo non farebbe notizia. Ma noi,
nel cimitero della dignità femminile, siamo
inconsolabili. Tuttavia, non uccidiamo la
speranza.
![]() |
LUNA DONNA | ![]() |